Ho un grande amico qui all’isola, si chiama Simone.
Simo ha più o meno la mia età ma non la mia infanzia, né la mia bildung in generale. Gli voglio bene, mi insegna a vivere qui e mi coinvolge nelle cose della terra. Scarpe grosse e cervello molto fino, Simone, lo chiamiamo Mastro oppure Direttore e lui sorride.
Mi porta a piantare ulivi sulla collina, a vendemmiare la malvasia, ad abbeverare le oche. Mangiamo abbastanza spesso insieme, soprattutto cene d’inverno quando fuori tira maestrale e in giro c’è la morte civile.
Qualche volta capita che gli parli del mio lavoro, del posizionamento di un brand, di un concetto di marketing. Invariabilmente e immediatamente mi chiede “fammi un esempio!”, lo fa col suo sorriso benevolo e quasi al pelo dell’ironia, gli serve massima concretezza.
Quello che veramente mi incanta è quanto sia differente tra me e Simo il grado di astrazione che si può attribuire a una idea, a un oggetto, un fenomeno, un simbolo. Io allenato al pensiero strategico, alla costruzione di storie, lui alla concretezza, alla praticità, all’immanenza. Lui che quando ha finito di lavorare per il consorzio va a raccogliere i capperi fino a che fa buio.
Non è sempre semplice “semplificarsi”. Mi viene in mente quella frase di Jean Cocteau, “Ad andare in fondo alle cose, poi ci si rimane”. Simone alla fine è il mio alter-ego.
